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Il Prigioniero

08 Giugno , 2026

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Posizione Home 2

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Movie Story

venerdì 12: ore 21.20 (v.o.s.)
sabato 13: ore 18.30 – 21.20
domenica 14: ore 15.50 – 18.20
lunedì 15: ore 17.20
mercoledì 17: ore 21.20

Regia di Alejandro Amenábar, con Alessandro Borghi, Julio Peña, Fernando Tejero, Julien Paschal, Miguel Rellán. Genere Drammatico, – Spagna, Italia, 2024, durata 134 minuti. Uscita cinema mercoledì 10 giugno 2026 distribuito da Lucky Red.

Una biofiction libera e coraggiosa dedicata a Miguel de Cervantes. E al potere delle storie di sottrarci alla sottomissione.
Recensione di Paola Casella (mymovies.it)
domenica 7 giugno 2026
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Algeri, 1575. Islam e il Cristianesimo sono in lotta per il dominio del Mediterraneo, e i corsari arabi catturano le navi cristiane, vendendo i passeggeri come schiavi o ostaggi. I prigionieri d’alto rango vengono trattenuti dal temuto Hasan Bajà, il Signore d’Algeri detto il Veneziano, in quanto nato a Venezia e convertito in Turchia dopo la cattura da parte dei mori. Fra i suoi prigionieri c’è Miguel de Cervantes, che diventerà l’autore del Don Chisciotte, ma al momento è solo un giovane in fuga dal sospetto di aver intrattenuto una relazione omosessuale con il suo maestro di lettere Juan López de Hoyos.

Miguel si fa benvolere dai compagni di sventura e dal Bajà raccontando storie che attinge dalla biblioteca di Padre Antonio de Sosa, che lo protegge intravvedendo in lui il ricordo di un nipote perduto. Il suo rivale fra i detenuti è invece Blanco de Paz, un frate che raccoglie di nascosto informazioni per conto del Sant’Uffizio. Cervantes, astuto e ambizioso, si troverà al centro di attenzioni e gelosie, e farà di tutto per sopravvivere ad una situazione di costante pericolo, ricorrendo anche all’inganno.

Il regista, sceneggiatore e compositore musicale spagnolo-cileno Alejandro Amenábar, già premio Oscar al Miglior film straniero per Mare dentro, nonché omosessuale dichiarato (lo citiamo solo in funzione di ciò che segue) fa leva sulle scarse informazioni storiche della vita di Miguel de Cervantes per creare una biofiction libera e coraggiosa e per approfondire un aspetto non confermato, ma spesso sottolineato dalla comunità LGTBQ+, ovvero la possibile omosessualità dell’autore.

Ciò nonostante Il prigioniero non è la storia di un coming out, ma quella di un cantastorie che si salva grazie alla fantasia e alla capacità di rendere attraenti le vicende più terribili. In questa chiave anche la sua (ipotetica) omosessualità rientra nella necessità di adattarsi alle circostanze e viverle in segretezza, e in condizioni emergenziali.

Il rapporto fra lui e il Bajà, interpretato con un’alternanza di minaccia e seduzione da un ottimo Alessandro Borghi (la produzione del film è italo-spagnola), cammina sempre sul filo del rasoio, come del resto quello fra lui e i compagni e con Blanco de Paz. Il giovanissimo Julio Pena nel ruolo del protagonista compensa la sua inesperienza recitativa con la naïveté che è propria del suo ruolo in quel momento della vita di Cervantes, e alterna scrupoli a mistificazioni, alleanze e voltafaccia.

Tutta la storia di Il prigioniero è improntata alla delazione e al tradimento, tanto della propria fede, poiché i mori liberano i prigionieri solo a condizione di un’abiura del Cristianesimo (o del pagamento di un congruo riscatto), quanto della propria natura ed etica personale. Il ritratto dei mori, che potrebbe essere manicheo (e dare l’assist a certi sovranismi religiosi), è invece ricco di sfumature: crudeli ed efferati, ma per certi versi più progressisti dei cattolici spagnoli e italiani. E Amenábar è evidentemente orripilato dai fanatismi di entrambe le parti, così come dalla reciproca intolleranza.

La messa in scena è sontuosa, merito delle belle scenografie di Juan Pedro De Gaspar e dei magnifici costumi di Nicoletta Taranta, ben valorizzati dalla fotografia di Alex Catalán. Quello che fa difetto è l’episodicità del racconto che, spalmato su oltre due ore di tempo filmico, fa pensare più ad una serie, allineando scena dopo scena senza un’adeguata organicità, con un andamento irregolare che si innalza in momenti cinematografici molto alti, come la passeggiata di Cervantes attraverso Algeri dopo che il Bajà gli ha concesso un momento di libertà, accompagnata da un motivo volutamente anacronistico (le musiche sono dello stesso Amenábar). E Don Chisciotte e Sancho Panza vengono brevemente evocati nelle persone dei redentori che pagano il riscatto per i prigionieri.

Sorprende (e un po’ delude) che l’impostazione cinematografica iniziale per cui le storie di Cervantes, utilizzate a scopo salvifico come ne “Le mille e una notte”, si materializzano davanti ai nostri occhi (come nell’immaginazione dei detenuti e dei loro catturatori) non venga mantenuta fino in fondo e non costituisca il filo rosso estetico del film, che invece di mescolare realtà e finzione le alterna in modo un po’ rigido e disomogeneo. Ma l’accento sul potere delle storie di sottrarci alla noia e alla sottomissione, per non dire alla morte, è chiaro, e artisticamente convincente.