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ArchPT – Mies Van Der Rohe: Le linee della vita (21/4)

30 Marzo , 2026

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Movie Story

martedì 21 aprile, spettacolo unico ore 19.20

In collaborazione con ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI PISTOIA: MIES VAN DER ROHE: LE LINEE DELLA VITA (E’ aperta la prevendita biglietti alla cassa del cinema Roma)

Presentando la propria tessera, i membri dell’ordine avranno diritto a una riduzione del biglietto.

Regia di Sabine Gisiger. Documentario, – Svizzera, 2023, durata 90 minuti. Distribuito da Wanted

Il ritratto intenso di una star dell’architettura moderna letto nel suo rapporto con il mondo femminile.
Recensione di Giancarlo Zappoli
mercoledì 19 febbraio 2025
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Ludvig Mies van der Rohe è stato uno dei grandi architetti (nonché designer) del Novecento. La sua capacità di innovare ha avuto modo di manifestarsi prima nella Germania prenazista e, successivamente alla sua fuga, negli Stati Uniti. Il documentario ce lo racconta attraverso la testimonianza della figlia Georgia, danzatrice e attrice, finendo con il proporci il ritratto di un uomo che non amava le donne. Mogli, amanti o figlie che fossero.

Una cosiddetta ‘intervista impossibile’ ci fa conoscere il lato nascosto di uno dei più importanti architetti del secolo scorso.

Questo documentario di Sabine Gisiger si avvicina a quello che Nathaniel Kahn dedicò a suo padre Louis realizzando My Architect. In quel caso era un figlio tenuto nascosto alla famiglia ufficiale che, dopo la morte del genitore, andava a cercare di conoscerlo attraverso le sue opere e coloro che lo avevano incontrato. Qui la regista fa ripercorrere ad un’attrice, che utilizza parole realmente dette e numerosi documenti, la vita di un uomo famoso ed ammirato mostrandocelo attraverso la lente di ingrandimento delle donne che hanno avuto a che fare con lui. La chiave di lettura è quella di una personalità dalle umili origini che, sentendosi socialmente inferiore alle donne che aveva scelto di avere al suo fianco, finiva con l’allontanarsi da loro.

Ciò si rifletteva anche sul rapporto con le tre figlie che gli avevano negato il sogno del maschio. Gisiger fa emergere la contraddizione che in più di un’occasione è emersa nei più diversi ambiti che hanno un rapporto con la creatività. Può capitare e capita che chi si esprime con grande competenza e passione (per quanto mediata dal costante richiamo alla razionalità per de Rohe) ottenendo esiti universalmente riconosciuti non sappia, al contempo, trasferire quella sensibilità nell’ambito dei rapporti umani. La moglie Ada, che scrive di star pensando a porre fine alla propria vita, l’amante Lilly Reich, designer (di una delle cui idee lui si impadronisce) le figlie di cui non si occuperà che a tratti quando sono piccole e vedrà come un peso quando, ormai grandi, lo raggiungeranno negli Stati Uniti. Tutte queste figure femminili subiranno il peso di una personalità auto centrata che emerge grazie all’escamotage dell’intervista impossibile alla figlia Georgia.

Al contempo però ci viene fatta conoscere la figura, da noi poco nota, di un’artista che, nonostante il suo cognome fosse inviso ai nazisti in quanto figlia di un nemico, seppe imporsi come attrice (con un passato di danzatrice a fianco di Mary Wigman) e, negli anni ’60, come documentarista su artisti come Klee e Kandinski.

L’interesse particolare di quest’opera risiede proprio nel suo doppio livello di narrazione che mostra come, nonostante tutto, la determinazione nel voler raggiungere un obiettivo sia fondamentale. Anche quando gli ostacoli iniziano a presentarsi già nell’ambito familiare.

 

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martedì 28 aprile, spettacolo unico ore 19.20

In collaborazione con ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI PISTOIA: E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare

Presentando la propria tessera, i membri dell’ordine avranno diritto a una riduzione del biglietto.

Regia di Beatrice Minger, Christoph Schaub, con Natalie Radmall-Quirke, Axel Moustache, Charles Morillon, Vera Flück, Eileen Gray. Titolo originale: E.1027 – Eileen Gray and the House By the Sea. Genere Documentario, Drammatico, – Svizzera, 2024, durata 89 minuti. Distribuito da Trent Film

Tra doc, fiction e messa in scena teatrale. La costruzione di una casa diversa per un diverso modo di concepire il mondo.
Recensione di Raffaella Giancristofaro (mymovies.it)
giovedì 5 marzo 2026
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Tra il 1926 e il 1929 la designer irlandese Eileen Gray, che fino a quel momento aveva prodotto oggetti di arredamento, lavora insieme al compagno, l’architetto e giornalista Jean Baldovici, a un progetto molto personale: la Maison en bord du mer, una villa costruita sugli scogli di Roquebrune Cap Martin, piccolo municipio nel Sud della Francia. La casa richiama le forme di un’imbarcazione, si ispira al modernismo interpretandolo in chiave funzionale e viene battezzata con le iniziali dei due: E per Eileen, 10 come la decima lettera dell’alfabeto esteso (J di Jean), 2 come B di Badovici, 7 come G (Gray). Fondatore della rivista “Architecture vivante”, pubblicata fino al 1932, Baldovici frequenta e ammira Le Corbusier, che, ospite della E.1027, ne resta fatalmente ossessionato.

Mentre Gray la lascia dopo sole due estati, nel 1931, progettando un’altra abitazione a Tempe à Pailla, sulle vicine colline di Castellar, sei anni dopo l’architetto svizzero dipinge degli affreschi sulle pareti che erano intenzionalmente concepite bianche dalla sua ideatrice, li fotografa e nel pubblicarne le immagini, implicitamente si dichiara l’artefice della E.1027. E nel 1952, per non allontanarsene, costruirà a pochi metri da essa il cabanon, una piccola abitazione di legno. Alla morte di Badovici, Gray, che gli aveva intestato la villa, non ne tornerà mai in possesso. La sua figura appartata e anticonformista di pioniera e disegnatrice di interni (tra le primissime studentesse alla Slade school of Arts di Londra) riemergerà solo quando nel 1968 un articolo di Joseph Rykwert sulla rivista “Domus” colmò un’incomprensibile dimenticanza di lei nel campo artistico, a pochi anni dalla sua morte.

Quella sopra è sintesi sommaria di E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare, che, per rappresentare la biografia artistica della cosmopolita Eileen Gray (1878-1976) all’approccio convenzionale del genere contrappone una narrazione che utilizza più di un codice espressivo e un ampio lavoro di ricerca d’archivio.

Oltre che dentro la reale casa del titolo, i tre protagonisti assoluti Eileen Gray (Natalie Radmall-Quirke), Jean Badovici (Axel Moustache) e Le Corbusier (Charles Morillon) si muovono all’interno di un grande set teatrale multi ambiente, che li isola o li avvicina, come nella ripresa di un’improvvisazione scenica. In luogo di ricostruire sul set cronologicamente vicende e ambienti, i co-registi Beatrice Minger e Christoph Schaub proiettano immagini su pareti per dare la temperatura eccitata dell’epoca delle avanguardie o pescano dal cinema di Fernand Léger, Jean Vigo, Germaine Dulac, Man Ray.

In un’atmosfera sospesa e aperta, che circoscrive il rapporto tra i tre, il film lascia spazio all’immaginazione dello spettatore e al contempo offre una panoramica della produzione artistica di Gray e delle idee che l’hanno ispirata. Nel trio corre una sottile tensione, tra ammirazione e competizione, indipendenza e complicità, ma anche una latente energia sessuale.

Questa storia di creazione e appropriazione indebita dice che anche una donna privilegiata e sessualmente libera come Gray viene oscurata da un collega maschio. Al di là del tema usurpatorio, il film va oltre, le restituisce la parola: la sua voce fuori campo, attingendo alle moltissime fonti consultate, dirige il racconto. “Gli uomini hanno costruito il mondo per soddisfare i loro bisogni. Forse potrei immaginare una casa diversa, per poi concepire un mondo diverso”.

Con uno scarto dalla concezione di Le Corbusier della casa come “macchina per abitare”, Gray mise in primo piano l’essere umano, la necessità di “comprendere le condizioni di vita attuali, i ruoli, le aspirazioni e i bisogni degli uomini”. Per lei la casa “non è una macchina, è un involucro che ci protegge delicatamente dall’ambiente, la nostra estensione spirituale, un conforto. È il corpo”. La E.1027 è un’applicazione pratica dell’idea. Il film ne mette in primo piano l’immaginazione, l’opera, il lascito: il più alto degli atti di riconoscimento.

 

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martedì 5 maggio, spettacolo unico ore 19.20

In collaborazione con ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI PISTOIA: Lo sconosciuto del Grande Arco

Presentando la propria tessera, i membri dell’ordine avranno diritto a una riduzione del biglietto.

Regia di Stéphane Demoustier, con Claes Bang, Sidse Babett Knudsen, Xavier Dolan, Swann Arlaud, Michel Fau.  Titolo originale: L’Inconnu de la Grande Arche. Titolo internazionale: The Great Arch. Genere Drammatico, – Francia, 2025, durata 104 minuti. Distribuito da Movies Inspired.

Un ritratto senza sconti del mondo degli affari, della politica e, più sottilmente, di un architetto-artista.
Recensione di Marzia Gandolfi (mymovies.it)
giovedì 10 aprile 2025
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Parigi, 1983. François Mitterrand, neoeletto Presidente della Repubblica, ha grandi progetti per la Francia e la sua capitale. Bandito un concorso internazionale di architettura per la costruzione della Défense, il primo quartiere di affari europeo, a vincerlo, contro ogni aspettativa, è Johann Otto von Spreckelsen, architetto danese, sconosciuto anche in patria. Mitterrand lo accoglie con entusiasmo e lo lancia sotto i riflettori con il lavoro più emblematico della sua presidenza. Creatore discreto e purista, che aveva realizzato fino a quel momento la sua casa e quattro chiese in Danimarca, l’inconnu concepisce un progetto rivoluzionario, esteticamente audace, un grande arco per tradurre l’ottimismo del potere pubblico dell’epoca. Ma il suo sogno architettonico deve fare i conti con la burocrazia francese, i bilanci, le elezioni legislative, le rivalità politiche. Determinato a non cedere di un millimetro, soprattutto sulla qualità dei materiali, finirà con un congedo. Il più triste.

Con L’Inconnu de la Grande Arche, Stéphane Demoustier continua la sua esplorazione sulle tensioni tra individuo e istituzioni, cominciato con La ragazza con il braccialetto e approfondito in Borgo.

Il suo quinto film adatta i fatti reali descritti nel libro di Laurence Cossé, “Le Grande Arche”, e ripercorre l’ascesa e la disillusione dell’architetto danese Johann Otto von Spreckelsen, vincitore inaspettato del concorso indetto nel 1983 per la costruzione della Défense. Alla testa di un cantiere faraonico, l’eroe di Demoustier assomiglia a una sorta di Don Chisciotte lanciato contro le complessità amministrative, i vincoli di bilancio, i giochi di potere politici, un nemico insidioso e invisibile che ridimensionerà progressivamente le sue ambizioni. Con densità narrativa e senso della commedia sociale, Stéphane Demoustier mette in scena uno shock culturale, lo scontro tra i metodi di lavoro danesi, improntati al rigore e alla trasparenza, e le pratiche francesi, marcate sovente dalla burocrazia e dai compromessi politici. I dialoghi, talvolta caustici, sottolineano le incomprensioni e le tensioni tra i protagonisti, riflettendo le sfide che von Spreckelsen deve affrontare per realizzare la sua visione artistica in un ambiente che gli è estraneo e in cui la consorte lo aiuta a orientarsi, come un faro in un mare di considerazioni logistiche e politiche.

Al cuore del film c’è un oggetto architettonico da inventare che prosegue una certa ‘forma’ di tradizione della capitale francese (Torre Eiffel, l’Opéra Garnier, il Grand Palais, l’Arc de Triomphe…). Le grandi arterie haussmanniane chiudono su monumenti singoli ficcati al centro di vaste piazze, in cui l’architetto danese, ‘in asse’ con la prospettiva ‘trionfale’, immagina un cubo come un totem. Intorno danzano i cortigiani, Xavier Dolan su tutti, impeccabilmente viscido alla corte del Mitterrand vanaglorioso e rotondo di Michel Fau, che gioca a fare Lorenzo de’ Medici con un blocco di marmo in mano. Completano il cast Swann Arlaud e Sidse Babett Knudsen, infondendo profondità emotiva alla narrazione e una dimensione umana alle questioni politiche in gioco. A Claes Bang l’arduo compito di incarnare von Spreckelsen, trampoliere placido e segreto cresciuto nella sana e robusta Danimarca. Con un’aria da Gary Cooper, infila una testardaggine tutta protestante, avanzando schivo e assorto dentro ai sandali e sulle lastre bagnate della Défense. Tra ideale artistico e principio di realtà, il suo architetto si vedrà costretto ad abbandonare il cantiere.

Il cubo sarà ribattezzato “Arche” da Paul Andreu e lui finirà dimenticato da tutti. In Danimarca, Andreu e Subilon cercheranno invano la sua tomba sotto una pioggia battente. Da La fonte meravigliosa a Il ventre dell’architetto, le cose non vanno mai troppo bene per gli architetti al cinema, pratica che implica un rapporto simile con il tempo. Architettura e cinema si iscrivono in una durata lunga, a volte elastica, si sviluppano attraverso fasi successive rigorosamente codificate e richiedono, per raggiungere la loro forma finale, un allineamento planetario difficile da raggiungere. Demoustier compone proprio col timore di non vedere questo allineamento realizzarsi, spingendo i creatori ad abbandonare il progetto o a scendere a compromessi coi propri desideri. Obbedendo a una rigorosa logica geometrica, L’Inconnu de la Grande Arche è allora un film sull’architettura, la Francia, il cinema, l’integrità e una domanda vertiginosa: si può creare senza venire a patti? Stéphane Demoustier non risponde e nemmeno prende posizione tra Johann Otto von Spreckelsen e Paul Andreu.

Interpretato da Swann Arlaud, l’architetto francese sceglie di adattarsi alle circostanze e di sfruttarle per sopravvivere, contro l’inflessibilità del collega danese. La rovina è il prezzo da pagare. Iniziato come una commedia, il film scivola verso un romanticismo tragico mentre sullo sfondo il ‘mostro’ emerge dalla Défense con la sua simmetria e la sua facciata uniformemente bianca, che cristallizza i conflitti di poteri inimmaginabili. Demoustier ce lo racconta come un’avventura, come un’odissea. Disegna un ritratto senza sconti del mondo degli affari, della politica e, più sottilmente, di un architetto-artista che ha sognato di realizzare il suo capolavoro. Tra il poeta e l’ingegnere, il lirismo e il rigore, è la dialettica della creazione a lavorare, edificando una ‘costruzione’ fuori dal comune.