martedì 19 maggio: ore 21.20 (v.o.s.)
Regia di Shai Carmeli-Pollak, con Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali, Hilla Sarjon, Gabriel Horn. Titolo originale: Ha’yam. Genere Drammatico, – Israele, 2025, durata 93 minuti.
Un’opera divenuta un “caso” che ci costringe a non voltare lo sguardo altrove.
Recensione di Raffaella Giancristofaro
lunedì 4 maggio 2026
È il giorno della gita scolastica, per una classe di adolescenti di Ramallah diretti in pullman verso il mare, che dista circa settanta chilometri. Khaled non l’ha mai visto, il mare, se non quando era ancora un feto nel ventre di sua madre Jasmine, morta precocemente. Ma una volta al posto di blocco sul confine con Israele, il ragazzo non supera i controlli: per un’anomalia sul suo permesso, deve abbandonare i compagni e farsi accompagnare a casa, dove raggiunge la nonna e i tre fratelli. Affranto, continua a rimuginare su un’ingiustizia palese.
Dopo aver raccontato i fatti al telefono al padre Rihbi, che sta lavorando temporaneamente senza documenti validi in un cantiere a Tel Aviv, decide di attraversare il confine con mezzi di fortuna e andarci lo stesso, da solo. Inizia così una doppia, ansiogena, peregrinazione: quando Rihbi viene avvisato, si mette alla ricerca di Khaled, il quale a sua volta prima sembra cercare il padre e poi andare in direzione del mare. Entrambi, in una lunghissima giornata, sono privi di cittadinanza in una terra confinante che li vuole clandestini.
Emblema di come un’opera di finzione possa diventare un “caso”, The Sea di Shai Carmeli-Pollak si fonda su un paradosso e porta alle estreme conseguenze drammaturgiche un principio incontestabile: è giusto impedire a un ragazzo di realizzare il sogno di una giornata al mare?
Un mare visto dallo schermo di uno smartphone, o quasi sempre fuori campo. Ebreo palestinese, Carmeli-Pollak ha un lungo passato di attivista in favore della Palestina, soprattutto da documentarista. Ecco perché più che di (ritorno alla) finzione sarebbe corretto parlare di rielaborazione in chiave drammatica di circostanze reali.
Girato, parole del regista, con “una troupe mista, ebrei e arabi, riprese in villaggi palestinesi, lungo il muro di separazione, e poi in diverse città israeliane”, The Sea è stato finanziato da Israel Film Fund (come anche il dirompente Yes di Nadav Lapid, selezionato alla Quinzaine des Realisateurs nel 2025, o in anni passati Valzer con Bashir di Ari Folman o Lebanon di Samuel Maoz). Nel 2025 ha vinto cinque premi agli Ophir Awards, assegnati dall’Accademia Israeliana del cinema e della televisione, gli equivalenti israeliani degli Oscar, tra cui anche quello come miglior film. E quindi, secondo il regolamento, è diventato il candidato di Israele come miglior film straniero agli Oscar; il fatto ha scatenato una reazione violenta del ministro della cultura israeliano Miki Zohar, che ha minacciato di ritirare i fondi ai premi.
Questa coesistenza di esemplarità universale della sua trama e di polemiche reali attorno al film finito (le riprese si sono concluse appena prima dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023) rende The Sea un film molto notiziabile, al di là delle sue qualità cinematografiche. Che pure esistono, sebbene con un notevole debito, per quanto dichiarato, ai meccanismi di iterazione e semplicità ripresi dal cinema iraniano di Kiarostami (Dov’è la casa del mio amico?) o di Panahi (Il palloncino bianco) e ancora prima da Ladri di biciclette. Dal classico di De Sica mutua l’interazione problematica e ostacolata tra padre e figlio, così come la fisionomia di Muhammad Gazawi, l’esordiente interprete di Khaled che ha vinto uno dei premi Ophir, ricorda quella del piccolo Enzo Staiola. Un piccolo Davide consapevole, che all’ennesima ingiustizia si ribella tirando un colpo di fionda al cielo. Il cielo che sulla sua terra fa piovere granate, i cui tubi sono oggetto di transazione economica.
Muovendosi sul confine più incandescente della Storia, tra Bnei Brak, Ramat Gan e Tel Aviv, la macchina da presa inscrive il peregrinare di Khaled e Rahbi in una ricca serie di incontri, tutti sul filo del pericolo di essere identificati come “illegali”. Significativamente, tra escamotage politico e reale femminismo, Khaled chiede e ottiene indicazioni sempre a donne, di ogni età e provenienza, tutte collaborative, anime di un’umanità che tende la mano, per cui la convivenza è possibile. Girato in ebraico e arabo (e disponibile anche in lingua originale, per chi scrive sempre preferibile a quella doppiata), The Sea si fa specchio potente, da micro a macro, nel prefinale sulla strada: noi spettatori, ci si ritrova a osservare altri spettatori assuefatti, clienti di un caffè all’aperto di Tel Aviv: tutti inermi testimoni di un’azione poliziesca.